Tommaso Campanella

Giovanni Domenico Campanella, poi diventato Tommaso all’entrata nell’ordine dei Domenicani, fu un poeta e filosofo di fine intelletto e incredibile originalità. Egli nacque a Stilo in Calabria, che al secolo faceva parte del regno di Napoli, il 5 settembre 1568 in una famiglia dalle umili origini e in una terra arretrata, che aveva ben poco da offrire, soprattutto a un personaggio con le sue grandi doti intellettuali. Nel 1582 fu spedito dal padre a Napoli, presso un fratello per far in modo che Tommaso studiasse diritto, ma, spinto dalla sua sete di conoscenza e per fuggire dall’ignoranza e la miseria della sua terra più che per reale vocazione religiosa, scelse di unirsi a soli tredici anni all’ordine dei Domenicani, che già contavano fra le proprie fila studiosi del calibro di Giordano Bruno. Qui prese i voti alla sola età di quindici anni ed intraprese i tanto desiderati studi teologici e filosofici che gli valsero idee originali, espresse nelle sue opere. Il filosofo cominciò i suoi studi in un periodo di grandi e importanti tumulti storici e culturali, egli si trovò infatti diviso fra nuovi pensieri filosofici e grandi progressi scientifici contrapposti alla presenza opprimente della Chiesa con la sua controriforma. Qui venne fuori il carattere poco incline alla sottomissione di Tommaso, il quale, convinto di poter cambiare le cose, risultò intollerante alle costrizioni e alle autorità. Durante il suo periodo napoletano, affrontò gli studi relativi alla magia come allievo di Dalla Porta e proprio da queste riflessioni che il giovane Campanella compose il “Del senso delle cose e della magia” in una prima versione in latino, andata persa. Tommaso vede nella magia uno strumento di conoscenza, un modo per approfondire l’essenza della natura e studiare i suoi processi. Il suo è un progetto di rinnovamento politico e religioso dell’umanità intera. Proprio nel suo soggiorno napoletano il filosofo calabrese compose le sue prime opere importanti che gli costeranno non pochi problemi, fra cui le accuse di eresia. La città campana fu purtroppo anche il luogo dei suoi anni di prigionia, infatti nelle celle del Maschio Angioino il filosofo fu detenuto con l’accusa di aver organizzato una congiura nei confronti del governo spagnolo. In attesa di condanna, il monaco non venne mai realmente condannato, poiché, grazie alla sua grande astuzia, si fece credere matto ma si trovò comunque a rispondere del reato di eresia.
Durante i suoi ventisette anni di prigionia si dedicò alla scrittura di alcune opere pere fra cui “La Città Del Sole”, un trattato riguardante uno stato ideale, quasi utopico, in cui regnava la pace regolata dalle leggi della natura. Quando nel 1639 riottenne la libertà, fu costretto a scappare a Parigi per l’impossibilità di ritornare nella sua Calabria dove era ormai scoppiata la rivoluzione per mano di un gruppo di suoi seguaci. Visse i suoi ultimi anni di vita nella capitale francese sotto la protezione del re Luigi XIII.